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L. Pescador, 1995

 

 

 

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Nonostante la schiavitù fosse stata abolita ufficialmente nel 1807, il culto dei gemelli è stato riscontrato anche in Brasile tra i discendenti degli Yoruba deportati come schiavi dall’Africa. Questa data potrebbe quindi far pensare che il culto nello Yorubaland fosse anteriore al primo ventennio dell’800, ma in realtà la tratta iniqua continuò ancora per una quarantina d’anni, visto che uno degli ultimi viaggi di navi negriere dalle coste della Nigeria con destinazione Bahia avvenne nel 1851. Notevole interesse riveste al riguardo la testimonianza dell’esploratore Richard Landers che per la prima volta, nel 1830, descrisse la presenza di figure intagliate in memoria di gemelli defunti nel villaggio di Ibeshe, nei pressi di Lagos.

La prima acquisizione ufficiale in Occidente di una coppia di statuette ibeji avvenne nel 1854 da parte del British Museum, anche se, ovviamente, la raccolta di provenienza fu anteriore a quella data.

 

           

 

In quasi tutte le società Yoruba, i gemelli venuti al mondo sono quindi considerati in possesso di speciali doti spirituali e sovrannaturali. Se amati e trattati con il riguardo dovuto, si crede possano essere fonte di ricchezza e prosperità, così come, al contrario, si teme che generino disgrazie, sfortuna, malattie e perfino la morte nel caso di trascuratezza nei loro confronti. Solitamente coperti da continue attenzioni, essi ricevono il cibo migliore, doni, vestiti di pregio e feste rituali in loro onore.

L’inusuale caratteristica genetica degli Yoruba, è proprio quella di avere la più alta percentuale mondiale di parti gemellari, nell’ordine di circa 50 su 1000 nascite. Mettendo quindi in relazione tale peculiarità con l’alta mortalità infantile, endemica in quei Paesi, si può comprendere la ragione del potenziale alto numero di statuette che le rendono a tutti gli effetti una delle più prolifiche forme artistiche dell’intera Africa.

 

       

 

La scultura di una statuetta ibeji, talvolta in denso legno di iroko, avveniva di norma su ordinazione della famiglia ad un artista, indicato dal sacerdote (babalawo) del culto di Ifa, che poteva eseguire l’opera secondo il suo stile, rispettando però i canoni distintivi del gruppo. Seguivano poi rituali specifici con sacrifici ed offerte molto simili in tutto il territorio. L’intaglio poteva essere di una coppia di figure lignee, oppure di una sola in caso di decesso di un solo gemello. - Ciò evidenzia in modo significativo che non tutti gli ibeji sono stati creati in coppia e che quindi la presenza di un singolo personaggio è in realtà completa di per sé dal punto di vista artistico scultoreo.- Se i gemelli morivano in tempi diversi, le figure memoriali potevano anche essere scolpite a distanza di tempo l’una dall’altra.

Gli ibeji erano trattati dalla famiglia alla stregua di persone viventi e la madre si occupava della loro cura giornaliera. Essi venivano “nutriti” con offerte di cibo, lavati, vestiti, spalmati di una resina rossastra (camwood), abbelliti con indaco, caolino e anche addobbati con perle di vetro, cauri, bracciali e cavigliere di metallo. La cura quotidiana prolungata per decenni e il continuo sfregamento manuale, che levigando i contorni delle statuette produceva la caratteristica “patina d’uso”, giungevano talvolta a cancellarne completamente i connotati. Spesso erano portati indosso come bambini veri durante le occupazioni quotidiane, e nel caso di morte della madre queste incombenze passavano al gemello rimasto in vita o ad uno degli altri fratelli.

 

       

 

Sebbene le statuette ibeji costituiscano entità memoriali di bambini morti nei primi mesi o anni di vita, esse sono sempre raffigurate come personaggi allo stato adulto e formato. Organi genitali e muscolature ben sviluppate, capigliature elaborate, arti inferiori ricoperti da pantaloni, grembiuli o vestiti da tuniche cerimoniali, gli ibeji non ricalcano le caratteristiche fisiche dei defunti, né pretendono di mostrare il loro ritratto materiale, ma in qualità d’icone ne simbolizzano l’idealizzazione spirituale.

Gli ibeji rappresentano quindi figure umane complete, di altezza variabile media tra i 22 e i 28 cm, con alcuni esemplari che superano anche i 30 cm., in posizione eretta con mani lungo i fianchi o in qualche caso sul ventre, sostenuti da una base circolare, quadrata o trapezoidale. Alcuni si appoggiano direttamente sui piedi calzati da sandali.

Un sacerdote tradizionale Yoruba, Araba Ego, li descrive come: “standing, straight and tall”* a significare una rettitudine morale e una superiorità di lignaggio. Tale postura tende a denunciare uno stato di allerta e di pronta reattività agli eventi. Gli ibeji non appaiono quasi mai rilassati, ma sembrano essere tesi ad ascoltare le preghiere a loro inviate e ad agire di conseguenza, nel bene o nel male. Gli occhi globulari, grandi, sporgenti e miranti ad incutere timore, rappresentano la capacità di prevedere il futuro e di influenzarne gli accadimenti. Il corpo da adulto denuncia salute fisica e potenzialità a procreare e la testa di norma sovradimensionata rispetto alle loro proporzioni è segno di superiorità intellettuale.

*(“In piedi, in posizione eretta ed elevata”, Pamela McCluski, 2002).

 

 

Data la vastità e la moltitudine di ibeji presenti oggi nei musei e nelle collezioni private mondiali, diversi studiosi hanno cercato di determinare la loro provenienza e classificarli in base alle loro caratteristiche. Si è potuto così stabilire con ragionevole certezza la loro attribuzione a numerosi ateliers di scultura e ad artisti ben conosciuti. Si possono citare, ad esempio, nella Nigeria sud-occidentale le scuole degli scultori Eshubiyi e Adugbologe operanti nella città di Abeokuta, mentre nell’Area di Awori, quella di Dadaolomo. Nella Nigeria centrale, nell’Area di Ekiti, erano molto apprezzate le opere degli scultori Aréogun, Bamgboye, Agbonbiofe e Olowè, mentre nell’Area di Igbomina operava il famoso “Maestro degli ibeji sorridenti”.

 

       

 

Le peculiarità stilistiche che rendono gli ere ibeji diversificati nei tratti, pur nel mantenimento di canoni di riferimento “classici”, determinano così una delle forme artistiche più affascinanti e attraenti della scultura e della vita africana. Osservandoli con attenzione uno ad uno e ricordandone le cause tragiche alla loro origine, si può percepirne tutta la loro forte entità che trascendendo la loro presenza terrena lascia trasparire, oltre ad un senso di mistero e di fierezza, una reale, intrinseca e commovente “umanità”.

 

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