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ENRICO PROMETTI
Un artista “primitivo” contemporaneo
di Marco Madesani
Capita spesso di pensare
l’arte come un unicum vorticoso, una miscellanea che attraversa il
tempo e lo spazio, tale da comparare le rappresentazioni più lontane sia sul
versante simbolico che su quello materico. Succede così che le arti africane
con il loro concentrato di soluzioni formali ed evocative siano una fonte
d’ispirazione che anima i linguaggi astratti e diviene una variegata vetrina
a cui attingere e con cui dialogare.
Enrico Prometti incontra
presto l’Africa, certo molto dopo i vari Picasso, Modì etc. ma la portata
euristica di una rivoluzione culturale come questa, secondo cui il Novecento
non sarebbe stato più lo stesso dopo l’incontro con le arti “altre”, rimane
ancora da elaborare e valorizzare; soprattutto la rivoluzione permane ad
oggi con la perpetuazione di stilemi formali che evidenziano il debito di
tutte le avanguardie moderne verso l’art negre.

L’incontro di Enrico con
l’Africa giunge molto prima di mettere piede nel continente nero, avviene da
adolescente osservando la magia di alcuni manufatti e con i primi
esperimenti figurativi con il riciclaggio di materiale di scarto.
E qui si pone la prima
riflessione concettuale su analogie tra culture: l’occidente assorbito nel
vortice della produzione estenuante e continua, non riesce più a pensare al
riciclo come condizione di equilibrio per l’ecosistema, ma solo come ripresa
di dejavù dettati dalla moda. La produzione di Prometti da decenni
perseguiva silenziosamente questa ecologia dell’arte, il cui messaggio è
oggi così attuale.
Enrico amava ironicamente
definirsi un vecchio che rimane giovane attraverso il gioco della creazione,
ma questa attività ludico-artistica celava una dimensione antropologica
della storia, una ricerca verso le origini delle forme e del fare arte.
Questa indagine simbolica
viveva all’unisono e si alimentava dell’interazione con le arti primitive,
fonte inesauribile d’ispirazione e pratica di studio.
Innumerevoli i viaggi in
Africa, segnati da avventure, incontri con paesaggi, culture, colori e
rumori. Tantissime le testimonianze da questo variegato mondo, inventario di
umanità in trasformazione, a cavallo di un passato sofferto e un futuro
globale dietro l’angolo. Tra le molte popolazioni africane, quella più
frequentata da Enrico furono gli ormai più che noti Dogon, con il loro
simbolismo complesso e una cosmogonia arcaica che non smette mai
d’incantare.
La manipolazione dei
materiali (legno, ferro, plastica, bronzo, carta) forgiava continuamente
forme scultoree o pittoriche che negli anni si sono evolute dal delicato
surrealismo delle prime opere, all’ultimo periodo più maturo che fotografava
energiche istantanee tribal-metropolitane.
L’energia che animava
Enrico Prometti non faceva distinzione alcuna, quasi che questo processo
rischiasse di discriminare qualcosa, e allora l’artista o è totale o non è.
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