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Dogon, pannello
rituale, sub stile Tintam
(Mali) –
legno - cm 91
Sec. XV-XVII
circa
Coll. privata, Brescia
Provenienza:
Ex coll. Charles Ratton –
Parigi
Ex coll. Lorna Marshall – Cambridge, MA
Ex coll. Norman H. Hurst –
Cambridge, MA
Ex coll. Dalton-Somaré –
Milano
Esposizioni:
Designs for living,
Peabody Museum of Archeology and Ethnology, Harvard University, Cambridge,
MA, 1984
Sculture Africane in collezioni
private italiane, Gall. Dalton Somaré, Milano,
2004
Pubblicazioni:
M. Adams, Symbolic
communications in African Art, Harvard University Press, Cambridge,
1984, pag. 22-24
Vittorio Carini, A Hidden Heritage –
Sculture africane in collezioni private italiane, Milano, 2004, fig. 1
Ivan Bargna, L’arte africana, Il sole
24ore, Collana “La grande storia dell’arte”, vol. n. 19, E-education.it
editore, Firenze 2006, pag. 67, fig. 25
Opera registrata alla Yale University Art
Gallery, a cura di Guy van Rijn.
Numero di archivio 0015056-01
Questo antico pannello rituale Dogon, con
evidenti segni d’uso, patina crostosa e rilevanti depositi, classificabile
nel sub-stile Tintam, proviene dall’area dell’ altopiano di
Bandiagara, centro nord del Mali.
Anche se alcuni esperti di arte Dogon
ipotizzano il suo utilizzo nei riti funerari, con maggior probabilità
proviene dal contenitore, di solito concluso con testa e coda di cavallo,
denominato aduno koro, arca del mondo, o vageu bana, piatto
degli antenati.
Il contenitore era comunemente conservato
nella casa del capo del lignaggio, jinna, ed
era destinato a contenere la carne delle pecore e delle capre sacrificate
sugli altari familiari, durante il rito del goru (ogni anno al
solstizio d’inverno). Intorno a questi contenitori inoltre si sono
ipotizzate varie metafore legate al mito del Nommo, la creatura
primordiale Dogon.
La parte centrale del pannello è occupata da
un elemento orizzontale che si conclude con due mani che H. Leloup definisce
raro ed insolito. L’eventuale significato simbolico non è noto. Questo
elemento comunque si contrappone visivamente ai due gruppi di figure
antropomorfe e zoomorfe intagliati sulle parti laterali.
In questa contrapposizione si esprime bene la
preferenza degli scultori Dogon per riferimenti marcatamente orizzontali e
verticali e per gli stacchi netti tra i diversi piani presenti nelle figure
o nelle composizioni. Anche se la composizione del pannello è simmetrica,
piccole variazioni nell’angolo di posa delle figure umane e
nell’atteggiamento dei coccodrilli, evitano un esito di meccanica rigidità.
Le figure umane sono androgine, in accordo con
il mito Dogon che vuole l’antenato immortale in quanto in grado di
autoriprodursi, ed hanno entrambe le braccia levate in un gesto che ha avuto
varie interpretazioni e che, in ogni caso, è usualmente interpretato dai
Dogon come immagine guardiana di luoghi coperti da sacralità. Le serie di
figure sono concluse con la rappresentazione di due lucertole/coccodrilli,
animali dei quali il mito dice che hanno cooperato con gli antenati
nell’opera di civilizzazione della terra. Il pannello è contornato da un
bordo in rilievo che contiene una doppia linea a zig-zag intagliata ad
altorilievo, motivo vibrante, leggibile simbolicamente forse come
rappresentazione allegorica della pioggia e dell’acqua che scorre tra le
zolle.
Il pannello è marcato orizzontalmente da tre
bande di pigmento rosso-ocra. Questa rarissima policromia si ritrova anche
sulla testa di cavallo (frammento di arca, sec. XV-XVII) pubblicata in L’
Art African (J. Kerchache ed altri, 1988, pag. 65, fig. 21),
lasciando aperta la possibilità di un collegamento tra i due oggetti.
Bibliografia essenziale:
H. Leloup, Statuaire
Dogon, Editions Amez, Strasbourg, 1994;
J. Kerchache, J.L. Paudrat,
L. Stephane, L’Art Africain, Ed Mazenod, 1988.
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