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Nonostante la schiavitù fosse stata abolita
ufficialmente nel 1807, il culto dei gemelli è stato riscontrato anche in
Brasile tra i discendenti degli Yoruba deportati come schiavi dall’Africa.
Questa data potrebbe quindi far pensare che il culto nello Yorubaland fosse
anteriore al primo ventennio dell’800, ma in realtà la tratta iniqua
continuò ancora per una quarantina d’anni, visto che uno degli ultimi viaggi
di navi negriere dalle coste della Nigeria con destinazione Bahia avvenne
nel 1851. Notevole interesse riveste al riguardo la testimonianza
dell’esploratore Richard Landers che per la prima volta, nel 1830, descrisse
la presenza di figure intagliate in memoria di gemelli defunti nel villaggio
di Ibeshe, nei pressi di Lagos.
La prima acquisizione ufficiale in Occidente
di una coppia di statuette ibeji avvenne nel 1854 da parte del
British Museum, anche se, ovviamente, la raccolta di provenienza fu
anteriore a quella data.

In quasi tutte le società Yoruba, i gemelli
venuti al mondo sono quindi considerati in possesso di speciali doti
spirituali e sovrannaturali. Se amati e trattati con il riguardo dovuto, si
crede possano essere fonte di ricchezza e prosperità, così come, al
contrario, si teme che generino disgrazie, sfortuna, malattie e perfino la
morte nel caso di trascuratezza nei loro confronti. Solitamente coperti da
continue attenzioni, essi ricevono il cibo migliore, doni, vestiti di pregio
e feste rituali in loro onore.
L’inusuale caratteristica genetica degli
Yoruba, è proprio quella di avere la più alta percentuale mondiale di parti
gemellari, nell’ordine di circa 50 su 1000 nascite. Mettendo quindi in
relazione tale peculiarità con l’alta mortalità infantile, endemica in quei
Paesi, si può comprendere la ragione del potenziale alto numero di statuette
che le rendono a tutti gli effetti una delle più prolifiche forme artistiche
dell’intera Africa.

La scultura di una statuetta ibeji,
talvolta in denso legno di iroko, avveniva di norma su ordinazione
della famiglia ad un artista, indicato dal sacerdote (babalawo) del
culto di Ifa, che poteva eseguire l’opera secondo il suo stile,
rispettando però i canoni distintivi del gruppo.
Seguivano poi rituali specifici con sacrifici ed offerte molto simili in
tutto il territorio. L’intaglio poteva essere di una coppia di figure
lignee, oppure di una sola in caso di decesso di un solo gemello. - Ciò
evidenzia in modo significativo che non tutti gli ibeji sono stati creati in
coppia e che quindi la presenza di un singolo personaggio è in realtà
completa di per sé dal punto di vista artistico scultoreo.- Se i gemelli
morivano in tempi diversi, le figure memoriali potevano anche essere
scolpite a distanza di tempo l’una dall’altra.
Gli ibeji erano trattati dalla famiglia
alla stregua di persone viventi e la madre si occupava della loro cura
giornaliera. Essi venivano “nutriti” con offerte di cibo, lavati, vestiti,
spalmati di una resina rossastra (camwood), abbelliti con indaco,
caolino e anche addobbati con perle di vetro, cauri, bracciali e cavigliere
di metallo. La cura quotidiana prolungata per decenni e il continuo
sfregamento manuale, che levigando i contorni delle statuette produceva la
caratteristica “patina d’uso”, giungevano talvolta a cancellarne
completamente i connotati. Spesso erano portati indosso come bambini veri
durante le occupazioni quotidiane, e nel caso di morte della madre queste
incombenze passavano al gemello rimasto in vita o ad uno degli altri
fratelli.

Sebbene le statuette ibeji
costituiscano entità memoriali di bambini morti nei primi mesi o anni di
vita, esse sono sempre raffigurate come personaggi allo stato adulto e
formato. Organi genitali e muscolature ben sviluppate, capigliature
elaborate, arti inferiori ricoperti da pantaloni, grembiuli o vestiti da
tuniche cerimoniali, gli ibeji non ricalcano le caratteristiche
fisiche dei defunti, né pretendono di mostrare il loro ritratto materiale,
ma in qualità d’icone ne simbolizzano l’idealizzazione spirituale.
Gli ibeji rappresentano quindi figure
umane complete, di altezza variabile media tra i 22 e i 28 cm, con alcuni
esemplari che superano anche i 30 cm., in posizione eretta con mani lungo i
fianchi o in qualche caso sul ventre, sostenuti da una base circolare,
quadrata o trapezoidale. Alcuni si appoggiano direttamente sui piedi calzati
da sandali.
Un sacerdote tradizionale Yoruba, Araba Ego,
li descrive come: “standing, straight and tall”* a significare
una rettitudine morale e una superiorità di lignaggio. Tale postura tende a
denunciare uno stato di allerta e di pronta reattività agli eventi.
Gli ibeji non appaiono quasi mai rilassati, ma sembrano essere tesi
ad ascoltare le preghiere a loro inviate e ad agire di conseguenza, nel bene
o nel male. Gli occhi globulari, grandi, sporgenti e miranti ad incutere
timore, rappresentano la capacità di prevedere il futuro e di influenzarne
gli accadimenti. Il corpo da adulto denuncia salute fisica e potenzialità a
procreare e la testa di norma sovradimensionata rispetto alle loro
proporzioni è segno di superiorità intellettuale.
*(“In piedi, in posizione eretta ed
elevata”, Pamela McCluski, 2002).

Data la vastità e la moltitudine di ibeji
presenti oggi nei musei e nelle collezioni private mondiali, diversi
studiosi hanno cercato di determinare la loro provenienza e classificarli in
base alle loro caratteristiche. Si è potuto così stabilire con ragionevole
certezza la loro attribuzione a numerosi ateliers di scultura e ad
artisti ben conosciuti. Si possono citare, ad esempio, nella Nigeria
sud-occidentale le scuole degli scultori Eshubiyi e Adugbologe operanti
nella città di Abeokuta, mentre nell’Area di Awori, quella di Dadaolomo.
Nella Nigeria centrale, nell’Area di Ekiti, erano molto apprezzate le opere
degli scultori Aréogun, Bamgboye, Agbonbiofe e Olowè, mentre nell’Area di
Igbomina operava il famoso “Maestro degli ibeji sorridenti”.

Le peculiarità stilistiche che rendono gli
ere ibeji diversificati nei tratti, pur nel mantenimento di
canoni di riferimento “classici”, determinano così una delle forme
artistiche più affascinanti e attraenti della scultura e della vita
africana. Osservandoli con attenzione uno ad uno e ricordandone le cause
tragiche alla loro origine, si può percepirne tutta la loro forte entità che
trascendendo la loro presenza terrena lascia trasparire, oltre ad un senso
di mistero e di fierezza, una reale, intrinseca e commovente “umanità”.
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